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giovedì 28 gennaio 2016

Camicette bianche

L'8 dicembre scorso il libro "Camicette Bianche" di Ester Rizzo (Navarra Editore) si è classificato primo nella sezione "Saggi Storici" del Premo sociale arte e cultura siciliana "Ignazio Buttitta", giunta quest'anno alla XVII Edizione. L'autrice racconta il rogo in una fabbrica di camicette bianche a New York del 25 marzo 1911, in cui morirono 126 operaie, di cui 38 italiane (24 di queste siciliane e due di queste di Casteldaccia). Da questo evento tragico è nata la giornata della donna, che si celebra ogni anno l'8 marzo. Queste le motivazioni della giuria: "Libro a metà tra ricerca storica, antropologica e pamphlet politico, che ricostruisce la strage di operaie a New York il 25 marzo (e non l'8!) 1911 presso una fabbrica di camicette bianche. Molte delle vittime erano emigrate italiane, di cui numerose siciliane, L'autrice ricostruisce la vita di ognuna di loro con ricerche nei comuni d'origine, frugando negli archivi degli uffici anagrafici e intervistandone i parenti. Un lavoro lungo, paziente, difficile, affrontato dall'autrice con molta passione e rispetto per le vittime del lavoro. Libro molto avvincente e coinvolgente, dato che la Rizzo sa toccare il cuore e la sensibilità di chi legge. Ne viene fuori un atto di denuncia e un invito all'accoglienza perché anche noi siamo passati dalla tragedia delle carrette del mare, alcune delle quali colate a picco a pochi metri dal porto di partenza".

Di seguito la recensione di Maria Luisa Florio, pubblicata nel luglio 2014 su Bagheria News.


Ogni tanto capita di ricordare, in preziosi e sporadici episodi, quello che siamo stati. Un passato lontano e dai contorni sfumati che ci viene incontro in tutta la sua bellezza e tragicità, Non essendovi, infatti, nei nostri paesi, luoghi della memoria quali biblioteche, archivi, musei dell’emigrazione, la memoria rimane a custodia di quei pochi anziani, abbandonati ai loro ricordi sempre più frammentari e labili. Uno di questi preziosi momenti è stato l’imbattersi in un piccolo libro, “senza pretese, che ha il solo fine- come ha sottolineato l’autrice- di far conoscere una storia”.

Il libro è quello di Esther Rizzo di Licata, classe 1963, Camicette bianche, oltre l’8 marzo, Navarra Editore, 118 pp, 10 euro; la storia è quella delle 126 operaie, di cui 38 italiane rimaste vittime dell’incendio della Triangle Waist Company a New York, il 25 marzo del 1911. Pochi sapevano, infatti, nell’annuale ritualità dell’otto marzo, che di queste 38 vittime italiane, addirittura ventiquattro fossero siciliane, due di Casteldaccia. Una percentuale altissima di donne che già nel 1911 erano riuscite ad avere un’indipendenza economica, seppur sfruttate e in totale assenza di sicurezza e tutela dei luoghi di lavoro.

(...) La narrazione, malgrado risenta di qualche eccesso di nozionismo storico (per cui sappiamo, ad esempio, quando è stata costruita ogni nave e il numero di immigrati che trasportava in America), ha il merito, indiscusso, di ridare dignità e ricordo alle vittime, con particolare riferimento a quelle siciliane e italiane.

I fatti sono noti: la fabbrica di camicie prese fuoco, pare, per una scintilla e le donne rimaste chiuse dentro l’ottavo e il nono piano non ebbero scampo. Solo alcune riuscirono a salvarsi correndo verso l’ascensore, la maggior parte rimase intrappolata e molte donne preferirono buttarsi dall’ottavo e dal nono piano. “Cadevano giù a decine, alcune con i vestiti e i capelli in fiamme. Dissero che assomigliavano alle comete”. E si trovavano proprio al nono piano le due lavoratrici di Casteldaccia che rimasero uccise quel terribile giorno: Vincenza Pinello e Provvidenza Bucalo Panno.

Le due donne, ricordate dal nipote della Panno, Salvatore Cirone, tra i presenti, erano emigrate in tempi diversi. La Panno, infatti, era partita per prima, con due figli per raggiungerne altri due, i maggiori, che l’attendevano con gli zii. A Casteldaccia era rimasto il marito, con altri quattro figli, che l’avrebbe raggiunta più tardi. La Panno era madrina della Pinello e aveva 41 anni quando morì abbracciata alla figlioccia che ne avrebbe compiuti 30 il giorno dopo. Era sabato e lei aveva già finito il suo turno: aspettava Vincenza. Dopo, probabilmente, sarebbero scese al piano inferiore, dove lavorava una figlia della Panno, Rosalia, che miracolosamente si salvò, e sarebbero tornate a casa. Invece da quella fabbrica non uscirono vive e ne fu anche abbastanza difficile il riconoscimento.

Altre storie si intrecciano a queste: alcune ragazze, avrebbero dovuto sposarsi di lì a pochi giorni, volti sorridenti su fotografie ingiallite e su tutte, quelle camicette bianche, tanto di moda a quel tempo, simbolo di emancipazione femminile. Al processo furono tutti assolti e per molti anni si è ricordato un evento mai esistito: l’incendio del 1908 nella fabbrica Cotton di New York dove morirono più di cento operaie. Tutto falso: la fabbrica era quella della Triangle West. Negli Stati Uniti, dove c'è maggiore attenzione per la propria storia, gli eventi sono stati ricostruiti da tempo, ma di queste donne perite nell'incendio, non vi era alcuna memoria né in Italia e, meno che mai, in Sicilia.

Per questo la Fidapa e l’editore Navarra, oltre alla promozione del libro, si sono fatti portavoce di un’iniziativa che, si spera, possa ridare memoria a queste donne siciliane. Si tratta di stimolare le nostre sonnacchiose amministrazioni comunali, ad intitolare una strada, un giardino (come è stato fatto a Licata con Clotilde Terranova) a queste donne coraggiose che hanno attraversato l’oceano, spesso da sole o in compagnia di figli piccoli e che, con il loro sacrificio, hanno spianato la strada a diritti sindacali di cui hanno beneficiato altre lavoratrici.

Una memoria necessaria anche per evitare errori toponomastici come quello fatto a Casteldaccia, ricordato da Salvatore Cirone, in cui piazza Orlando (il Barone Orlando, zio della Panno) è stata, di recente rinominata: piazza Vittorio Emanuele Orlando. Ecco, dicevamo, la memoria!

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